
SIMONE DI FILIPPO, DETTO SIMONE DE' CROCIFISSI
Description
Bologna, notizie dal 1355, morto prima del 1399 Crocefissione con la Vergine, la Maddalena e san Giovanni dolente, san Giovanni battista e san Nicola da Tolentino (?); san Michele pesa le anime (Psicostasia), simboli di san Marco e di san GiovanniTempera e oro su tavola, cm 43x33,4. Questo dipinto rappresenta una testimonianza molto importante della pittura bolognese alla metà del Trecento. E' stato reso noto di recente da Alessandro Volpe, che sulla base di una brutta fotografia reperita nella fototeca Zeri, nella cartella intestata a Vitale da Bologna, lo riferisce al Maestro dei polittici di Bologna (così lo studioso chiama la fase matura dello Pseudo-Jacopino). Al confronto puntuale con la Crocefissione che sovrasta il polittico di San Naborre e Felice (Bologna, Pinacoteca nazionale), dello Pseudo-Jacopino, tale attribuzione, che pure ha il merito di rendere giustizia all'alta qualità di quest'opera, non regge. I volti appaiono più sanguigni, non schiariti nei toni grigi e pallidi tipici dello Pseudo-Jacopino, non delicatamente cerchiati da occhiaie bistrate, mentre le ombre li solcano con altra e più tormentata energia. La stessa energia traspare nel ritmo impetuosamente spezzato dei panneggi, financo del perizoma di Cristo, che è il prototipo esatto di perizomi tesi e contratti, anche se meno essenziali, risaltati da bianche puntinature, di tante opere di Simone di Filippo, detto Simone de' Crocefissi (si veda nella sua Crocefissione sempre alla Pinacoteca nazionale di Bologna, inv.286). Il San Michele che sorregge la bilancia per la pesa delle anime e che si china a conculcare con una lancia un demonio schizzato come una silhouette guizzante non è pensabile senza l'esempio di Vitale, che non è invece necessario presupporre per lo Pseudo-Jacopino. Questo dipinto viene allora ad assumere il valore di testimonianza cruciale per spiegare la formazione nel cantiere di Santa Maria di Mezzaratta, aperto da Vitale stesso, di Simone di Filippo, a cui può essere attribuito, in una fase ancora fortemente giovanile, innervata di energia quasi spasmodica, grazie al confronto con le scene da lui firmate nel ciclo di Mezzaratta, in primis quelle condotte da solo, senza la compagnia di "Jacobus", come la Guarigione del paralitico. Tipica è la disarticolazione delle lunghe dita, che caricano di evidenza esagerata i gesti patetici della Vergine e di San Giovanni, da cui derivano pose e gesti prediletti da Simone in opere ormai canoniche e diversamente siglate (si veda ad esempio la Crocefissione nel trittichino dell'Ashmolean Museum ad Oxford, quella del dittico della Yale University Art Gallery di New Haven, o pure i dolenti nei tabelloni della Croce di San Giuseppe dei Cappuccini a Bologna, ecc.). Preme sottolineare però il carattere particolare di questo dipinto, che aiuta a sostanziare un percorso iniziale del pittore di grande sostenutezza formale. A tale particolarità corrisponde l'eccezionalità tipologica ed iconografica. La Psicostasia campeggia al di sopra del Cristo in Croce proiettandone il sacrificio nella dimensione escatologica della lotta tra il bene e il male e in quella ammonitoria del giudizio particolare dell'anima. E'probabile che questa valva si accompagnasse in forma di dittico ad un'altra, a sinistra, con un'immagine mariana pure circondata da santi, sovrastata dagli altri due simboli degli evangelisti (qui curiosamente il bove è associato a San Marco) e dal secondo arcangelo di maggior culto, Gabriele, associato a Maria per l'episodio dell'Annuncio (non è un caso allora che l'arcangelo Michele si volga così di lato, come a bilanciare un'altra figura angelica disposta specularmente). Simone de' Crocefissi si distinse sempre per un'inesausta variantistica iconografica, ricca di particolarità colte, in linea con l'allegorismo parlante ed immediatamente efficace di questo dipinto. La destinazione era probabilmente agostiniana, perché tale è l'abito del santo monaco dipinto all'estremità destra, forse identificabile con Nicola da Tolentino, che viene raffigurato più volte col nimbo nel Trecento, prima della sua canonizzazione. L'ambito di commissione potrebbe allora essere il grande convento eremitano di San Giacomo maggiore a Bologna, per cui Simone dipinse un po' di anni dopo la monumentale Croce dipinta.Andrea De MarchiBibliografia: A.Volpe, Aggiunte al 'Maestro dei polittici di Bologna', in "Arte a Bologna. Bollettino dei Musei Civici d'Arte Antica", 2007, 6, pp. 26-27, fig.11.
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